Ritorno, e spero di non annoiare, sul saggio "New Italian Epic" di Wu Ming 1, al quale già in precedenza ho accennato. Lo faccio perché in questi giorni ho riletto un'intervista allo storico Rosario Villari apparsa su Repubblica di qualche mese fa.Wu Ming 1 parla di letteratura. Parla, per isolare il tema che mi interessa, di una ventata di aria fresca che sembra coinvolgere un gran numero di opere italiane uscite nell'ultimo decennio. Definisce questo nuovo tipo di narrazione come "epica", intendendo descrivere con questo termine non soltanto il contenuto di questi romanzi ("imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose"), ma soprattutto i presupposti culturali su cui essa si fonda. Scrive Wu Ming:
[...] queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose, "a lunga gittata", "di ampio respiro" e tutte le espressioni che vengono in mente. Sono epiche le dimensioni dei problemi da risolvere per scrivere questi libri, compito che di solito richiede diversi anni [...]Wu Ming, a voler sintetizzare ignobilmente, parla di una letteratura che deve tornare all'uomo, che deve rifarsi narrazione dell'umanità, che sia in grado di recuperare un significato condiviso: una letteratura che voglia dire qualcosa.
L'importante è recuperare un'etica del narrare dopo anni di gioco forzoso. L'importante è riacquistare [...] fiducia nella parola e nella possibilità di "riattivarla", ricaricarla di significato dopo il logorìo di tòpoi e clichés.Ora, l'intervista a Villari tratta tutt'altro argomento. Eppure io non ho potuto fare a meno di notare le incredibili convergenze tra quanto affermato dallo storico e quanto scritto da Wu Ming, almeno sul piano della temperie culturale.
In entrambi i casi si parla di rinascita, della grande storiografia o del romanzo storico (epico) che sia.
In entrambi i casi si deplora il periodo appena trascorso, che Wu Ming definisce come post-modernismo, e che invece Villari deplora come la degenerazione della storiografia delle Annales e come il trionfo della microstoria. Si tratta comunque di un rifiuto del distacco e del disimpegno dell'autore nei confronti della propria opera, dello studioso nei confronti del proprio lavoro. Si tratta del desiderio di recuperare "un'etica interna". Villari:
L' indiscriminata moltiplicazione degli argomenti di ricerca, la svalutazione degli avvenimenti, il disinteresse per la storia politica, l'ideologismo, l'occasionalità delle scelte tematiche hanno prodotto una grande frammentazione e una rigida chiusura settoriale.Sia chiaro: si tratta di due campi distanti anni-luce l'uno dall'altro. Non solo: nell'intervista di Villani è percepibile l'eco di una polemica -quella tra personalismo e strutturalismo- ancora irrisolta e tutta interna al mondo degli storici, oltre che di molte altre questioni piuttosto settoriali. Lo stesso vale per Wu Ming in campo letterario.
Eppure la voglia di cambiamento è proprio la stessa, generata, a mio parere, dalla stessa matrice. Ancora Villari riconosce la presenza di una:
...tendenza a riprendere, rinnovandoli, alcuni caratteri propri della storiografia tradizionale: la narrazione storica di contro alle disumane raccolte di dati statistici fatte dagli oltranzisti della "storia quantitativa"; un rinnovato entusiasmo per le biografie; il riconoscimento del ruolo della personalità nella storia; una concezione più complessa e più aperta della storia politica.Non è un caso che anche lo storico parli di "narrazione". E' presente in queste parole la necessità di una ventata di aria fresca, che si configuri, anche in questo campo, come un ritorno all'uomo, alla dimensione umana, come una risposta al bisogno di grandi sintesi e di chiavi di lettura.
Penso che si possa definire la degenerazione settorialista e frammentaria della storia come una conseguenza della temperie post-moderna che Wu Ming denuncia in letteratura. Penso, al contempo, che il bisogno di una nuova narrazione dell'uomo, tanto in storiografia quanto in narrativa sia lo stesso. Io lo sento.
Che anche per gli storici sia giunto il momento di costruire il futuro anteriore? -questa frase, strepitosa, di Wu Ming 1 assume, se riferita alla storia, evidente carattere contraddittorio. Ma è di questo che si parla: del futuro della storia.

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